mercoledì 28 gennaio 2015

I cibi anticancro

Articolo originale al seguente link: http://www.herbs-info.com/anticancer-foods.html




Introduzione


Lo scopo di questa pagina  non è cercare di convincere che "questi alimenti curano il cancro". Però, diverse ricerche hanno evidenziato che gli alimenti elencati in questa pagina hanno qualche effetto citotossico preventivo / protettivo o diretto contro le cellule tumorali, di solito in test di laboratorio in vitro. Tuttavia, c'è ancora molto lavoro da fare per i ricercatori prima che questi effetti possano in generale essere considerati "provati" per contrastare il cancro negli esseri umani - anche se questi sono sicuramente alimenti sani e ampiamente considerati benevoli per la salute!
Lo scopo di questa pagina è semplicemente di presentare quante più informazioni possibili in materia, in modo che le persone interessate a questo argomento possano avere un punto di partenza per approfondire l'argomento. Quindi si deve vedere questa pagina come "punto di partenza" per la ricerca o le indagini. Ho citato tutti i riferimenti che ho trovato. Una dichiarazione di non responsabilità è scritta in caratteri piccoli alla fine di questa pagina, ma è opportuno ripeterlo: Questa pagina non è un consiglio medico, né è destinata a sostituire la consultazione medica professionale.
Elenco

Avocado

Gli studi hanno trovato un'azione antiproliferativa e apoptosi dell'avocado su tumore orale, della prostata e altre cellule tumorali.
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed?term=avocado%20cancer

Fonte di cibo
Contenuto di antociani
(mg per 100 g)
mais viola
1.642
Aronia
1.480
Uva rossa
888
Melanzana
750
Lampone nero
589
Mirtilli selvatici
558
Lampone
365
Ciliegia
350-400
Bacca Di Acai
320
Mora (Marionbarry)
317
Ribes nero
190-270
Ribes rosso
80-420
Arancio
~ 200
Vino rosso
24-35

Gli antociani (bacche, ribes, melanzane, arancio, uva rossa, vino rosso, mais viola e altro)

Gli antociani sono molecole appartenenti alla classe dei flavonoidi, e sono pigmenti, appaiono rosse, viola o blu. Queste sostanze si trovano nei tessuti vegetali, soprattutto in frutti rossi, blu, viola o nero. 
http://en.wikipedia.org/wiki/Anthocyanin 
bacche come il mirtillo, mirtilli, mirtillo, sambuco, lampone e fragola sono ricchi di antociani e i ricercatori hanno trovato effetti anti-cancerogeni:
http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/14972022
I lamponi neri hanno mostrato di inibire la promozione e la progressione delle cellule tumorali 
 http://en.wikipedia.org/wiki/Anthocyanin#Research
 Questi studi hanno ormai raggiunto le fasi di studio sugli esseri umani
 http: //www.ncbi.nlm.nih .gov / PubMed / 17574861 http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/16800781

Molta ricerca è bene fatto in questo campo - lista delle Pubblicazioni qui - http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed?term=cancer%20anthocyanins
Sopra trovate una lista di alcuni degli alimenti con il più alto contenuto di antociani: (provenienti da http://en.wikipedia.org/wiki/Anthocyanin )

lunedì 19 gennaio 2015

60 erbe con proprietà antitumorali

Articolo originale al seguente link: http://www.herbs-info.com/anticancer-herbs.html

Introduzione
L’argomento erbe antitumorali è certamente controverso, le opinioni sono fortemente polarizzate, suddivise tra quelli fortemente contrari ai trattamenti medici tradizionali e quelli fortemente contrari alla fitoterapia. Sono stati condotti numerosi studi scientifici sulle proprietà antitumorali delle piante, ma resta ancora molto da fare. Lo scopo di questa pagina è quello di presentare nel modo migliore possibile questo argomento prendendola come punto di partenza o come spunto per la ricerca e per approfondimenti. Chiaramente, questa pagina non è un consiglio medico, né è destinata a sostituire la consultazione medica professionale. Questo sito riporta notizie scientifiche di evidenza pubblica riportate sui siti o pubblicazioni di informazione medico-scientifica. 
Si tenga presente che un risultato positivo di uno studio scientifico non deve essere considerato una prova medica e tali risultati non provano che erbe, diete, supernutrienti, ecc. possano curare il cancro. L'autotrattamento è assolutamente da evitare e per qualunque informazione è necessario consultare sempre un medico qualificato.

Il termine erba antitumorale è certamente troppo forte e può dare luogo a false speranze, di certo il vocabolo non è abbastanza preciso. L’azione viene definita meglio su questo articolo (link http://www.healthy.net/scr/article.aspx?Id=1583) che definisce tre azioni principali:
Citotossico: azione contro i tumori in vitro (cioè in colture cellulari di laboratorio).
Attività Anti-tumorale: tossico per i tumori negli animali vivi.
Anti cancro: azione contro i tumori in sperimentazione umana
I meccanismi attraverso i quali le erbe possono combattere  o prevenire i tumori sono molteplici e complessi. Alcune erbe possono agire come immunomodulatori, stimolando il sistema immunitario a combattere le cellule tumorali. Altre possono avere un’azione diretta citotossica, ma questo non significa che possono essere immediatamente utilizzati perché un agente citotossico può essere tossico anche per cellule sane. Alcune piante (ad es. il cardo mariano) hanno un’azione selettiva contro le cellule tumorali e questa è, ovviamente, una qualità altamente ricercata.
Per quanto mi riguarda sarei favorevole ad una ricerca su larga scala di tipo "big data" che potrebbe più facilmente individuare correlazioni tra lo stile di vita, dieta e integrare i fattori di incidenza di cancro. Un progetto futuro per il mondo da prendere in considerazione? Ora abbiamo la tecnologia per farlo.
Qui di seguito viene riportato l’elenco di più di 60 piante per le quali sono state segnalate proprietà antitumorali. Abbiamo fatto del nostro meglio per riportare anche tutti i riferimenti bibliografici. Spero che queste informazioni siano di aiuto per chi volesse approfondire l’argomento. Sono benvenuti i suggerimenti vedere il piede della pagina per informazioni.
Un ringraziamento speciale a Dan Ablir, Kelsey Wambold e Julie Anne Ne per il loro aiuto con questa pagina.

giovedì 18 dicembre 2014

Mangiare insetti!

Il solo pensiero di mangiare insetti suscita nella maggior parte degli occidentali un senso di disgusto e la perdita istantanea e prolungata dell'appetito. Ma la notizia che nel 2050 saremo 9 miliardi a scorrazzare su quello che sarà rimasto del pianeta terra, deve indurci a riflettere e a pensare di poter considerare una radicale inversione di tendenza sulle nostre scelte alimentari. Consideriamo che già adesso un terzo delle terre emerse sono dedicate direttamente o indirettamente alla produzione di cibo per l'uomo. Tra qualche anno la pressione antropica raggiungerà livelli tali da mettere in serio pericolo tutti gli ecosistemi terrestri e come dice un famoso detto dei nativi americani, una volta che avremo distrutto tutta la natura non potremo mangiarci i soldi. Quindi, finché siamo in tempo (e non lo so se lo siamo!) cominciamo a prendere in considerazione delle alternative che siano sostenibili per il pianeta. Limitare il consumo di carne sarebbe già un passo avanti, diventare vegetariani? Un bel salto in avanti, ma non tutti sono disposti a rinunciare alle proteine animali. Anche se insieme alle proteine, gli allevamenti intensivi ci forniscono anche un pacchetto completo di sostanze che non sono certo una passeggiata di salute per il nostro organismo (ormoni, sostanze cancerogene, ecc.) oltre ad una incommensurabile devastazione degli ecosistemi. 
Una soluzione al problema ci viene fornita da organismi che stanno un po' più in basso nella piramide alimentare: gli insetti. Da sempre l'uomo si ciba di insetti, certo non tutte le culture hanno sviluppato l'entomofagia come mezzo di sostenimento vitale,  ma centinaia di milioni di persone hanno nella loro dieta una cospicua percentuale di proteine derivanti dal mondo degli insetti. In particolare l'Asia, l'Africa, America del Sud e l'Oceania sono le aree in cui questa pratica ha la maggiore diffusione, possiamo citare le larve del punteruolo rosso che vengono mangiate in Nigeria e Papua Nuova Guinea, oppure il piatto prelibato degli aborigeni australiani costituito da formiche nutrite con il miele, le uova di formica in Messico, le tarantole della cucina cambogiana e venezuelana, le larve di vespa in giappone.
Paese che vai, insetto da mangiare che trovi. Comunque, anche in Italia abbiamo le nostre belle perversioni culinarie, basti pensare al casu martzu, formaggio sardo colonizzato dalle larve della mosca casearia. E non è un caso isolato perché diverse regioni italiane presentano formaggi con lo stesso procedimento biologico di formazione (Emilia Romagna, Calabria, Puglia, Liguria, Friuli, Abruzzo e Piemonte). Senza tralasciare alcune abitudini alimentari consolidate come le lumache e le rane che fanno venire i brividi lungo la schiena a molti. I vantaggi di una transizione verso l'entomofogia per l'ambiente sono tantissimi. Ogni hamburger prodotto comporta la distruzione di 5 mq di foreste, 35 mq per ogni kg di carne, per lo stesso kg di carne sono necessari 15000 litri di acqua (considerando tutto), mentre per produrre lo stesso quantitativo di insetti la quantità di acqua e cibo è infinitamente minore. Il quantitativo di proteine è del tutto rispettabile e paragonabile a quello della carne bovina, pochissimi grassi, alti contenuti in calcio e ferro, senza contare che per produrre un kg di carne dagli insetti servono solo 2 kg di cibo, mentre per produrre lo stesso quantitativo di carne bovina ne servono 8 kg. Gli insetti, poi, sono commestibili mediamente per l'80% della loro massa corporea, mentre di un bovino riusciamo a mangiare appena il 40% del peso. Allevare insetti al posto delle mucche comporterebbe l'impiego di superfici molto ridotte, di pochissima acqua e produrrebbe una frazione ridottissima di gas serra (attualmente il 18% dei gas serra è prodotta dagli animali allevati). Gli insetti sono molto meno vulnerabili alle malattie rispetto ai mammiferi e non sottrarrebbero superfici alle coltivazioni destinate all'alimentazione umana. 
Anche la FAO ha compreso che gli insetti sono una validissima fonte di proteine e in questo documento troverete un'analisi approfondita sulle prospettive future dell'entomofagia a livello mondiale.
Anche a livello domestico è possibile l'autoproduzione di proteine da insetti (siete contenti?), una designer austriaca, Katharina Unger, ha ideato e messo in produzione un sistema di allevamento domestico di larve di mosche soldato (il FARM 432), con il quale si possono allevare le mosche e da un comodo cassettino prelevare alla bisogna le larve da utilizzare nei vostri piatti. Esistono circa 1900 specie conosciute di insetti commestibili e questo numero è destinato a crescere man mano che vengono compiute nuove ricerche; per chi è ancora scettico, sappiate che gli insetti sono già nella vostra dieta, durante i processi di lavorazione dei cibi molto spesso vengono inglobati anche frammenti di insetti, la legislazione italiana non considera questa eventualità perchè, ovviamente, gli insetti non sono nocivi, ma ci sono nazioni che addirittura hanno fissato i limiti della presenza di insetti (o frammenti di essi) nei cibi (ad es. gli Stati Uniti). Per vostra informazione gli alimenti per così dire, più a rischio, sono le farine (e derivati), il cacao, il caffè e le marmellate.
Il tabù alimentare è già stato sdoganato da alcuni cuochi pluristellati come Carlo Cracco, che utilizza larve tritate in alcune sue ricette, oppure Renè Rezdepi che decanta il sapore di pop-corn delle sue formiche fritte. 
Cambiare abitudini alimentari è difficile, ma non impossibile.  Anche in Italia c'è stato un periodo in cui mangiare insetti era considerato normale, Plinio nel suo Naturalis Historia (77 d.c.) descriveva il consumo di una pietanza chiamata Cossus che era composta da un misto di larve di Lucanus cervus o Prionus coriarus (scarafaggi) che venivano allevate in farina e vino proprio per essere mangiate. 
Che aspettate allora?
Buon pranzo a tutti!




martedì 9 dicembre 2014

Una pianta dai mille usi: il Vetiver

Come spesso accade la natura ci viene in aiuto per mitigare gli enormi danni che più o meno scientemente arrechiamo alla nostra terra. Il Chrysopogon zizanioides, meglio noto come Vetiver, è una pianta erbacea originaria dell'India, conosciuta dai più per l'olio essenziale molto odoroso utilizzato in profumeria (basti ricordare che è uno dei componenti del famosissimo Chanel n° 5). Nella mitologia orientale era considerata un’erba dalle proprietà benefiche in grado di togliere l’energia negativa, mentre il suo profumo si credeva fosse capace di scacciare gli spiriti maligni: proprio per questo motivo, per molti secoli, si usava intrecciare radici di vetiver insieme ai filati nella fabbricazione di tappeti e nella costruzione di capanne di paglia (link). 
Cespugli di vetiver
Anche se originaria dell'oriente questa pianta, grazie alla sua versatilità nell'adattamento a condizioni pedoclimatiche estreme, ha ormai carattere ubiquitario ed è coltivata per gli utilizzi più svariati in tutto il globo terracqueo. Il vetiver, contrariamente alla maggior parte delle piante che hanno assunto una diffusione mondiale (ad es. l'ailanto), non è assolutamente infestante, ha una bassa germinabilità, non produce stoloni o rizomi e la sua moltiplicazione avviene, nelle varietà utilizzate, tramite divisione vegetativa. Le meraviglie di questa pianta erbacea cominciano dal suo apparato radicale: lo sviluppo è prevalentemente verticale ed assume dimensioni enormi rispetto alla parte aerea della pianta, pensate che un cespo di vetiver alto 50-70 cm (arriva a 150 cm), può avere una lunghezza delle radici anche pari a 4-5 metri (1:5-1:10 rapporto tra parte aerea e apparato radicale), se poi consideriamo che lo sviluppo è prevalentemente verticale, che le radici sono fittissime e fibrose ed hanno una resistenza media alla trazione paragonabile ad 1/6 di quella di un acciaio di media qualità, riusciamo a comprendere come la prima applicazione pensata per questa meraviglia della natura sia stata il consolidamento dei versanti. Le particolari caratteristiche delle radici la rendono perfetta per questa applicazione ingegneristica, si consideri infatti che le radici sono così sottili che si insinuano tra le rocce frantumate e dislocate creando un reticolo di tenuta che blocca l'ammasso consolidandolo sempre di più man mano che le radici si estendono nel sottosuolo. La conformazione cespitosa del fusto e la sua resistenza alle azioni meccaniche (dovuta alla elevata presenza di silice nelle foglie) fa si che le piante, disposte a siepe, svolgano una funzione mitigante dell'erosione superficiale impedendo il ruscellamento e favorendo l'infiltrazione delle acque. Quindi il risultato è duplice e complementare: il consolidamento del versante e l'abbattimento del ruscellamento superficiale che è una delle cause del dissesto, a questo si aggiunga che favorendo l'infiltrazione il vetiver contribuisce alla conservazione delle risorse idriche. Il costo per realizzare un consolidamento del genere risulta molto inferiore a quello delle tecniche tradizionali e i risultati sono spesso molto più efficaci. Già questa applicazione basterebbe per inserire il vetiver tra i migliori amici dell'uomo e dell'ambiente, ma le risorse di questa piantina sono numerosissime e la seconda che andremo ad analizzare è la capacità di depurazione e bonifica dei terreni e delle acque inquinate. Sono centinaia gli studi e gli esperimenti condotti sulle potenzialità del vetiver nel campo della decontaminazione e della rinaturalizzazione di suoli inquinati, le applicazioni vanno dalla contaminazione industriale (idrocarburi, metalli pesanti, carbone), alla contaminazione in campo agricolo (pesticidi), tutti hanno dato ottimi risultati ed hanno spinto la ricerca ad approfondire le possibilità fornite dal vetiver. Le piante hanno la capacità di resistere ed incorporare nella biomassa quantità straordinarie di Azoto, Fosforo, Potassio, Metalli Pesanti, Idrocarburi che sarebbero letali per ogni altra pianta.
Questa particolarità la rende adatta per la messa in sicurezza ed il progressivo disinquinamento di aree intensamente inquinate. La copertura vegetale permanente che si ottiene, riduce al minimo la volatilità degli inquinanti presenti sul terreno impedendo che questi penetrino nelle vie aeree di chi si trova in aree limitrofe e nella catena alimentare (link).
Impianto di fitodepurazione con piantine di vetiver
Qui di seguito una lista non esaustiva degli altri usi del vetiver in giro per il mondo:
Industria: il vetiver ha un alto contenuto di cellulosa (45,8%) quindi può essere utilizzata per la produzione di carta di buona qualità e cartone. In Thailandia vengono prodotti pannalli isolanti a base di vetiver per l'edilizia. Inoltre, può essere utilizzato per produrre un truciolato di buona qualità.
Energia: dagli scarti del vetiver, attraverso un processo di saccarificazione e fermentazione (SSF tecnique)  si produce etanolo limpido e di buona qualità con una produzione pari al 13% in peso.
Artigianato: per millenni le fibre di questa pianta sono state utilizzate per produrre ceste, contenitori, tappeti, borse, cappelli e persino recipienti per l'acqua (mescolando le fibre di vetiver con l'argilla).
Edilizia: oltre ai pannelli isolanti, le balle di paglia di vetiver sono ottime isolanti e con un'elevata resistenza al fuoco, inoltre, sono totalmente libere da insetti grazie al repellente chimico naturale prodotto dalle sue stesse foglie. Dalla cenere delle foglie si produce un cemento con buone caratteristiche meccaniche. Tradizionalmente in Asia, le foglie venivano impiegate per la costruzione dei tetti. All'interno dei mattoni di argilla prodotti a mano per fabbricare le case in Senegal vengono inserite fibre di vetiver per evitare le lesioni e le rotture durante l'essiccazione.
Alimentari: in India l'essenza di vetiver viene utilizzata per aromatizzare gelati, sciroppi e bevande. La radice viene utilizzata per preparare bevande rinfrescanti.
Medicina: dal vetiver si produce un olio terapeutico utilizzato per bilanciare l'attività delle ghiandole sebacee, come olio emolliente e come rimedio per l'acne oltre che per le rughe e le smagliature. Come infuso è stato dimostrata l'efficacia in molti disturbi di origine nervosa (insonnia, ansia, ecc). Le applicazioni vanno ben oltre quelle descritte: febbre, lombalgie, emicranie, irritabilità di stomaco, cistifellea, diabete, reumatismi fino alla cura dei tumori sono le applicazioni del vetiver nella medicina tradizionale orientale.
Profumeria: l'olio essenziale veniva utilizzato per la produzione di profumi e di fragranze utilizzate nei potpourri, saponi, cere aromatizzate e oli per la pelle. Attualmente, visto l'avvento dei prodotti di sintesi industriale nel campo della profumeria, l'uso della radice di vetiver ha perso parte della sua importanza.
Foraggio: le giovani piantine possono essere utilizzate come foraggio per il bestiame o come cibo negli allevamenti di pesce. Le piante più grandi presentano qualche inconveniente, innanzitutto hanno valori nutritivi più bassi delle altre piante utilizzate come foraggio, inoltre, sono abbastanza dure perché presentano elevati tenori di silice.  A questi elementi negativi fanno da contraltare alcuni aspetti positivi tutt'altro che trascurabili: il contenuto ottimale di carboidrati strutturali e di proteine grezze. La conclusione ovvia è che il vetiver può essere utilizzata come foraggio miscelata con altre piante che ne completino le proprietà nutrizionali.
Coltivazione di funghi: le foglie di questa poliedrica piantina contengono molti composti chimici come la cellulosa, l’emicellulosa, la lignina, proteine grezze, oltre a diversi minerali. Tutto questo rappresenta un ottimo substrato per far crescere i funghi.
Insetticida: è risaputo che questa pianta ha pochissimi nemici. Diversi studi hanno evidenziato che le foglie del vetiver contengono sostanze sgradite agli insetti, acari e ai microrganismi patogeni (ad es. il nootkatone, la stessa sostanza che conferisce aroma e profumo al pompelmo).
Fungicida: per i motivi su esposti la pianta risulta difficilmente attaccabile dai funghi.

Allelopatia: pochissime altre piante riescono a crescere nei pressi di una piantina di vetiver. Il fenomeno per cui una pianta rilascia nel terreno sostanze che inibiscono la crescita e lo sviluppo di piante concorrenti è detto allelopatia o antagonismo radicale e la pianta in questione sfrutta in pieno questa caratteristica. Gli studi eseguiti sono diversi (sulla germinazione dei semi di soia ad es.) e gli scienziati stanno cercando di utilizzare l’olio di vetiver come erbicida naturale.
Infine, non è trascurabile il fatto che questa pianta ha un aspetto gradevole ed è di semplicissima coltivazione, questo ha contribuito alla diffusione del vetiver come pianta ornamentale e con valenza paesaggistica. Una pianta, mille usi diversi, che volete di più?


venerdì 28 novembre 2014

La lombrifiltrazione

La lombrifiltrazione è una tecnica messa a punto negli ultimi anni che consente di depurare scarichi civili e anche industriali tramite i lombrichi. Questo animaletto non riscuote molti apprezzamenti solo perché in pochi ne conoscono le eccezionali virtù e capacità. Il corpo di questo piccolo anellide funziona come un vero e proprio biofiltro ed è capace di depurare efficacemente le acque di scarico fognario rendendole adatte anche all'irrigazione. La capacità depurativa del lombrico è allo studio di numerose università in tutto il mondo e già da tempo esistono impianti di filtrazione e depurazione che utilizzano i lombrichi come attori principali del processo di rimozione degli inquinanti dalle matrici. Il lombrico, unito ad altri sistemi naturali come la fitodepurazione, può rappresentare una soluzione ecologica ed efficace per lo smaltimento di fanghi provenienti da allevamenti intensivi ed altamente inquinanti, ma anche per gli scarichi civili.
vermifilter
 Infatti, è ormai consolidato il fatto che i lombrichi attraverso il passaggio intestinale riescono a depurare e disinfettare quello che ingeriscono, questo grazie alla presenza nel loro intestino di antibiotici naturali e di una sostanza con notevoli proprietà antibatteriche. Tanto per capirci, il passaggio di acque di fogna attraverso un biofiltro costituito da una lettiera di lombrichi consente un abbattimento vicino al 100 % dei coliformi fecali rendendo le acque di scarico pulite a tal punto da potere essere destinate all'irrigazione per prodotti agricoli destinati al consumo umano. L'efficienza nella filtrazione degli amici lombrichi combinata con l'economicità e la semplicità costruttiva dei biofiltri rappresentano una valida alternativa ai costosi sistemi di depurazione tradizionali. I benefici non si esauriscono nell'abbattimento dei coliformi ma si hanno notevoli miglioramenti nei BOD e COD, ma anche i famigerati nitrati vengono annientati attraverso la lombrifiltrazione e questo rappresenterebbe un importante passo avanti nella gestione degli effluenti inquinanti che vengono prodotti dagli allevamenti intensivi. Ricordiamo che i nitrati presenti nei liquami prodotti dai moderni allevamenti intensivi finiscono, se non gestiti correttamente, molto facilmente e molto rapidamente ad inquinare le falde acquifere. Questo è un problema molto diffuso che ha anche prodotto una serie di provvedimenti a livello di comunità europea (direttiva nitrati 91/676/CEE) e che potrebbe essere definitivamente risolto utilizzando degli impianti di lombrifiltrazione e lagunaggio. Questi sistemi sono già operativi in molti paesi europei (ad es. Francia), negli Stati Uniti e in America del Sud e si diffondono molto rapidamente vista l'efficienza e la facilità di gestione e anche in Italia si comincia a comprendere, seppur con fatica, l'utilità dei lombrichi nella biodepurazione. 

giovedì 20 novembre 2014

8 buone ragioni per tenere i lombrichi in casa

Immaginate centinaia di vermi viscidi strisciare attraverso verdure marce. Le loro piccole sacche di uova trasparenti sono disseminate tra avanzi di cibo parzialmente decomposti e del tutto irriconoscibili. In silenzio, la loro popolazione raddoppia ogni tre mesi, il loro insaziabile appetito cresce. Immaginate zolle di terriccio fangoso da cui spuntano piccoli corpi rosa che masticano e si dimenano senza sosta. Ora immaginate tutto questo nel vostro salotto. No, Non è un film dell’orrore, è semplicemente quello che accade all'interno di una lombricompostiera. Benvenuti nel mondo del vermicomposting.

Può sembrare una cosa terribile, ma non è così male come sembra. Infatti, ogni persona sul pianeta dovrebbe avere almeno uno (preferibilmente due) bidoni di compostaggio con i lombrichi. Non tutti hanno un giardino, ma questa tecnica è perfetta anche per chi vive in un appartamento. Riduce i rifiuti, crea un fertilizzante organico perfettamente bilanciato, richiede poca o nessuna manutenzione, può essere tenuto praticamente ovunque, e, soprattutto, non puzza (se ben gestito). Di seguito sono riportati otto motivi per cui il vermicompostaggio dovrebbe essere praticato da tutti.

Riduzione dei Rifiuti
Il Vermicompostaggio elimina letteralmente la maggior parte, se non tutti, dei rifiuti alimentari ad una velocità incredibile. I lombrichi rossi (Eisenia Fetida), i vermi comunemente utilizzati in vermicoltura, consumano circa la metà del loro peso corporeo di materia in decomposizione ogni giorno. Inoltre, i loro rifiuti non puzzano.
Bassa / No Manutenzione
A parte rivoltare di tanto in tanto il compost e ogni tre quattro mesi raccogliere il prodotto finito (vermicompost), un rifornimento costante di avanzi di cibo è tutto ciò di cui ha bisogno un allevamento di lombrichi per funzionare. Dei fori opportunamente realizzati nel bidone, consentono all’ossigeno di fluire attraverso la materia organica in decomposizione, consentendo ai batteri aerobici di abbattere la struttura cellulare dei rifiuti organici. Finché ci sono pochi o nessun batterio anaerobico nel bidone, il Vermicompost farà un gradevole odore di terriccio.

Possono essere tenuti ovunque
I lombrichi odiano la luce! Per questo, un armadio inutilizzato, una cantina, un garage o un ripostiglio sono habitat perfetti per un allevamento di lombrichi. Per chi proprio non ha spazio, il piccolo box del compostaggio può essere tenuto sotto il lavello. Basta essere sicuri che l'offerta di cibo sia costante. I lombrichi regolano automaticamente la loro popolazione in funzione dello spazio a disposizione. Meno cibo significa meno vermi ma anche meno compost. Finché la fornitura di cibo è relativamente costante, la compostiera sarà inodore.

Fertilizzante organico (humus)
I Concimi chimici distruggono gli habitat locali: inquinano le falde acquifere e causano l’eutrofizzazione che favorisce le fioriture algali che bloccano la luce e entrano in concorrenza con le specie di piante autoctone per le risorse alimentari. Può anche essere difficile, se non impossibile, usare correttamente i concimi chimici che spesso, se non dosati, causano la morte delle piante per eccesso di dosaggio. Fortunatamente, per merito di un enzima presente nel tratto digestivo del lombrico, le sostanze nutritive del vermicompost vengono rilasciate lentamente, mettendo al sicuro le piante anche utilizzando il vermicompost in grandi quantità. In più l’odore del vermicompost è quello del terriccio di bosco, molto  più gradevole di quello dei fertilizzanti a base di letame.

Economico
Produrre vermicompost comporta solamente l’utilizzo di un contenitore (plastica, legno) con coperchio, dei resti della frutta, verdura, foglie e rami secchi, avanzi di cibo, e naturalmente, di qualche manciata di lombrichi. Una paletta per rimestare il terriccio e un paio di guanti da giardinaggio. Il contenitore può essere di qualsiasi dimensione, a seconda della quantità di rifiuti prodotti. Il materiale del contenitore può essere in legno o plastica (non in metallo). I lombrichi possono essere acquistati su internet, in alcuni negozi di giardinaggio o ottenuti gratuitamente da un amico che già pratica il lombricompostaggio.

Rivitalizzazione del Suolo
Anche il terreno più arido può essere rivitalizzato dai lombrichi. Il vermicompost ne arricchisce la struttura e la qualità ed aumenta notevolmente la capacità di trattenere l'acqua al suo interno. Si è scoperto che può anche rimuovere i metalli pesanti tossici come il piombo dal suolo.

Evita che nel nostro bidone della spazzatura ci siano resti organici
Vi siete mai chiesti perché la nostra spazzatura puzza? I colpevoli del puzzo solforico di uova marce sono un gruppo di piccoli microbi conosciuti come batteri anaerobici (che non hanno bisogno di ossigeno per vivere). Gli scarti di questi microbi è ciò che dà al cibo in decomposizione il cattivo odore ed è anche la causa della vostra spazzatura puzzolente. Mantenere rifiuti alimentari fuori dal cestino impedisce di sviluppare cattivi odori. Gli avanzi di cibo, inoltre, possono anche attirare parassiti come topi, mosche, o falene.

Nessun cattivo odore
Nonostante il cibo in decomposizione, una lombricompostiera ,correttamente gestita, avrà sempre quel particolare e gradevole odore di sottobosco umido. Dal momento che i vermi sono impegnati a convertire tutti gli avanzi di cibo in energia, gran parte del volume originale dei rifiuti andrà perso. Un unico, piccolo contenitore è in grado di elaborare i rifiuti alimentari di molte persone, per molto tempo e senza bisogno di essere svuotato.

Maldestramente tradotto da openpermaculture

lunedì 10 novembre 2014

La via dell'autosufficienza

Rendersi autosufficienti dal punto di vista alimentare ed energetico è un obbiettivo che molte persone si pongono, diventare autosufficienti può essere la risposta alle grandi sfide del nostro tempo. Mentre pochi oligarchi dell’economia cercano in tutti i modi di renderci dipendenti da bisogni effimeri e omologati, ci sono molte persone che vogliono tagliare questo malsano cordone ombelicale e crearsi la propria indipendenza. Non è un’aspirazione solo materiale, non è solo un modo per risparmiare e mangiare sano, è la via per sottrarsi a un ingranaggio che stritola le nostre vite, le condiziona in modo totalizzante e non consente di prendere piena consapevolezza delle proprie esistenze. L'autosufficienza è uno stato mentale, è la messa in pratica di un pensiero filosofico che non si esplicita necessariamente nella realizzazione di una enclave produttrice di beni e servizi ad esclusivo uso e consumo personale, ma al contrario, significa condivisione, generosità, mutuo aiuto.  Una parte della società è pronta a mettersi in gioco e a cambiare il proprio stile di vita e pensa che per cambiare il mondo è necessario partire da un radicale cambiamento personale interiore, questa parte minoritaria della società ha scelto di affrancarsi da tutto ciò che è omologazione e massificazione, da tutto quello che viene dato per scontato perché imposto da un modello sociale scelto da altri. Questo non significa necessariamente rifiutare tutto il mondo esterno per rifugiarsi in un isolamento spaziale e temporale, vuol dire, invece, ritrovare una dimensione umana che è ormai dissolta e frammentata dai condizionamenti forzati di una società insensibile e violenta che è dominata dal profitto e dagli interessi personali. 
Chi cerca l’autosufficienza si sforza di ritrovare una sfera emotiva e sentimentale che è necessaria non solo alla comunità ma anche e soprattutto all'individuo. Autoprodurre non significa meramente soddisfare i propri bisogni primari, vuol dire, invece, entrare in sintonia con la natura, sentirsi parte di una comunità che ha come primo obbiettivo quello di non entrare in contrasto con il fluire naturale delle cose, di rientrare in contatto con la madre terra e conservare per le generazioni future il nostro pianeta. Non è certamente facile, il condizionamento orwelliano incessante dei media ci ha creato un mondo fatto di finzione in cui apparire è meglio di essere, in cui i soldi sono la divinità assoluta, in cui il carrierismo sfrenato è l’unica ambizione che l’uomo deve porsi per affermare la propria esistenza. In un simile contesto chiunque la pensi in modo differente viene considerato un reietto e un fallito, isolato e messo ai margini della società. Questo atteggiamento è il frutto malato della società che ci meritiamo, è la giusta conclusione di un martellamento costante che ci ha convinto che il PIL delle nazioni è molto più importante del benessere dei popoli e dove l’affermazione sociale, anche (e soprattutto) a discapito degli altri, è il comandamento primario che viene inculcato alle nuove generazioni. Autoprodursi il cibo è un primo passo verso l’autosufficienza, cominciando con il proprio orto familiare si riducono i rifiuti (confezionamento dei cibi), l’inquinamento (carburanti e concimi chimici), si limita la dipendenza da multinazionali, si aumenta il nostro peso sociale perché un cittadino indipendente è anche un cittadino più libero, contribuiamo a rendere più sano e salutare il nostro ambiente, riduciamo in generale il consumo di energia, ripristiniamo il contatto con la terra e con l’alternarsi delle stagioni. Dall’autoproduzione nascono tante dinamiche virtuose come il baratto con altri produttori, la condivisione delle esperienze con altre persone, la creazione di una comunità basata sulla conoscenza e sull'aiuto reciproco. Produrre qualcosa che serve per nutrirci non è una semplice soddisfazione hobbistica, è qualcosa di molto più profondo che ha a che fare con l’autostima, la coscienza di sé e della natura di cui facciamo parte, con il donare agli altri ma anche a se stessi. Non tutti hanno a disposizione del terreno da coltivare ma sono possibili tante soluzioni, ad es. gli orti urbani che si stanno diffondendo nelle nostre città, oppure, tramite altre persone che hanno il vostro stesso intento, si può affittare un appezzamento di terreno incolto a poco prezzo. Anche se avete solo un balcone o un terrazzo, potete organizzare il vostro spazio in modo da coltivare ortaggi e spezie, quest'ultima opzione non vi renderà autosufficienti ma vi assicuro che in cambio avrete delle belle soddisfazioni, proprio come Cristina che condivide la sua passione tramite un bellissimo blog da cui potrete trarre ottimi spunti (www.ilmioortosulbalcone.com). A presto.

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