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giovedì 14 settembre 2017

Distillazione domestica for dummies: il rosmarino


Gli oli essenziali sono utilissimi in tantissime situazioni, dalla cosmesi alla medicina, alla cura del corpo e dei nostri animali fino alla pulizia della nostra casa. Purtroppo, se proprio vogliamo trovare un lato negativo all'utilizzo degli oli essenziali, questo è il loro costo, non proprio accessibile a tutti. Sia ben chiaro, il prezzo elevato è assolutamente giustificato dalla difficoltà nell'estrazione dell’essenza, un buon olio essenziale biologico può costare diverse decine di euro (pochi ml) e anche considerando che se ne utilizzano poche gocce, rappresenta sempre una spesa che non tutti sono in grado di affrontare con leggerezza. La notizia positiva è che l'estrazione degli oli essenziali è comunque alla portata di tutti, basta conoscere le basi della distillazione in corrente di vapore e comprare un piccolo distillatore o addirittura autocostruirlo. Io ho optato per l'acquisto e ne ho comprato uno “entry level” per fare i primi esperimenti con le essenze che coltivo o che posso raccogliere in giro in campagna.

venerdì 21 agosto 2015

Le sorprese della portulaca


Molte volte la natura ci mette sotto gli occhi delle meraviglie che noi non consideriamo nemmeno. Molte piante con caratteristiche e proprietà eccezionali sono considerate alla stregua di erbe infestanti e vengono estirpate dal terreno e buttate. La Portulaca oleracea ad esempio, è una piantina invadente che tutti conosciamo perché i nostri giardini e orti sono spesso colonizzati da questa piccola erba prostrata con fusti e foglie carnose che continua caparbiamente a crescere nonostante la si calpesti ed estirpi continuamente. La Portulaca era conosciuta in Italia e Francia già dall'inizio del XVI secolo, visto che nel 1536 Ruellio la descriveva nei suoi scritti, ma è originaria del medio-oriente, più precisamente proviene da quella fascia che va dalla Grecia fino alla Cina. Usata a scopo alimentare in India, Africa e Medio Oriente. Una specie simile, Portulaca quadrifilia, viene utilizzata da alcune tribù del Sudafrica per le sue proprietà antiemetiche. La sua facilità nel propagarsi, unitamente alle sue scarse pretese di habitat e nutrimento, l'ha resa ubiquitaria (sopra i 1000 metri di quota però non cresce); generalmente la troviamo in pieno sole su diversi tipi di terreni, asciutti, erbosi, sabbiosi, con una preferenza per i terreni ricchi in azoto. Data la grande quantità di semi che produce sul finire dell'estate, è sufficiente un solo esemplare per avere l'anno successivo decine di piantine in un raggio di 10 metri dalla pianta madre. Per la sua consistenza carnosa la portulaca è chiamata anche Porcellana (ma anche porcacchia, erba grassa, precacchia, ecc), le foglie sono di un colore verde brillante e di forma ovale e si raccolgono in piena estate. La portulaca detiene un singolare primato, è il vegetale più ricco di omega 3, è questo basterebbe già a considerare in modo benevolo il consumo alimentare di questa pianta. Più precisamente 100 grammi di foglie di portulaca contengono all'incirca 350 mg di acido alfa-linolenico che un acido grasso facente parte del gruppo degli omega 3. Gli omega 3 aiutano a ridurre il colesterolo LDL e i trigliceridi e migliorano la circolazione sanguigna. Diciamo che consumando regolarmente la portulaca si potrebbero evitare fonti di omega 3 di origine animale (pesce). Ma le sorprese di questo simpatico vegetale spontaneo non finiscono qui, le foglie sono sono ricche di vitamina E (700 mg per 100 g di pianta fresca), hanno un buon contenuto di vitamina C, vitamina A, riboflavina, niacina e piridossina (vitamine del gruppo B). Sono, inoltre ricche di sali minerali (ferro, magnesio, calcio, potassio, fosforo, zinco, selenio, rame e manganese), fibre vegetali e mucillagine. Cosa che non guasta contiene pochissime calorie (16 kcal per 100 g). Ha forti proprietà depurative, antiossidanti (fornite dalla vitamina A), antielmintiche, dissetanti, diuretiche e, recentemente, è stata scoperta la sua capacità (grazie agli antiossidanti) di prevenire diverse forme tumorali. In passato, vista la ricchezza di vitamine veniva utilizzata nella cura dello scorbuto, ma è stata utilizzata anche in molte malattie polmonari e della pelle. Contro le gengive infiammate sono utili gli sciacqui con l'infuso o la masticazione di foglioline fresche; compresse e lavaggi per pelle arrossata e orticaria.


venerdì 31 luglio 2015

Autosufficienza informatica




Tante volte abbiamo parlato di autosufficienza alimentare, anzi la quasi totalità delle volte l'autosufficienza è intesa esclusivamente come il rendersi autonomi e indipendenti dal punto di vista del sostentamento alimentare. In realtà, l'autosufficienza deve essere intesa in un'ottica più vasta, una filosofia di vita che può essere applicata nei molteplici aspetti del vivere quotidiano. Prendiamo ad esempio questo post: in questo momento sto scrivendo su un vecchio netbook recuperato che non aveva più speranza di essere riutilizzato, il suo scarso equipaggiamento hardware e il sistema operativo di cui era dotato inizialmente, lo avevano reso talmente lento da rendere oggi impossibile il suo utilizzo. Per fortuna la comunità informatica indipendente ci regala prodotti eccezionali, frutto esclusivo della passione e dell'intelligenza di persone che hanno come unico scopo la condivisione della conoscenza. Armato di buoni propositi ho cominciato una ricerca sui diversi sistemi operativi che potevo installare al posto di “finestre”, dopo una lunga immersione nel mare magno internettiano la scelta è ricaduta su una versione “alleggerita” di linux che bene si adattava all'hardware che il piccolo netbook aveva in dotazione. Il sistema operativo si chiama LUBUNTU ed è il fratellino minore di UBUNTU che viene installato sui notebook o sui desktop. LUBUNTU impiega una frazione delle risorse hardware rispetto a UBUNTU e addirittura un decimo rispetto a windows.
Desktop di LUBUNTU

sabato 20 giugno 2015

Ecocucina: il dado fatto in casa

I piccoli gesti quotidiani sono importantissimi, sono quelli che compiamo quasi meccanicamente, mentre pensiamo ad altro e sui quali nemmeno ci sfiora il dubbio che possano determinare guasti o problemi. Sono quelli che ci portano a buttare con noncuranza una carta per terra mentre passeggiamo con gli amici o a sprecare quello che resta del nostro cibo dopo i pranzi familiari. Ma sono gesti molto importanti perché sono comuni a tutti e quindi una piccola azione individuale negativa o positiva può diventare un atto mostruoso e devastante o un virtuoso gesto collettivo. In particolare, le azioni consuete e ripetitive che eseguiamo in cucina possono diventare uno spartiacque tra spreco e recupero e purtroppo, in genere, a prevalere è la prima opzione; i dati che vengono diffusi dagli istituti di ricerca ci indicano una situazione sconfortante: buttiamo via circa il 35% del cibo che acquistiamo! Una quantità enorme se consideriamo che la maggior parte di quello che gettiamo è ancora edibile. Dobbiamo ricordarci che tutto quello che avanza in cucina può essere riutilizzato, sia il cibo cucinato sia il crudo, ma anche gli scarti possono e devono essere riutilizzati: bucce, radici, baccelli, gambi, foglie possono essere cucinati tramite fantasiose ricette che la nuova frontiera della eco cucina ci suggerisce, oppure possono essere conservati in congelatore, fino a quando non raggiungiamo una quantità sufficiente per fare un ottimo e sano dado vegetale di scarti di verdure. Il dado vegetale è uno degli ingredienti maggiormente usati in cucina, quando acquistate quello industriale, generalmente comprate anche del glutammato di sodio, degli estratti di lieviti industriali, coloranti, conservanti vari, tutta roba non propriamente salutare (ah credo che ci sia pure una minima parte di estratti di verdure). Ma il dado vegetale è già nelle nostre cucine, aleggia tra il frigo e la dispensa, solo che dobbiamo evitare di farlo finire nelle pattumiere. Il dado si può fare con tutti i resti vegetali, ci sono molte ricette, ma in realtà, seguendo una pura aspirazione di autosufficienza ecologista, si fa con quello che abbiamo a disposizione: foglie, bucce, gambi, baccelli, ecc. Quindi la ricetta è estremamente variabile e può assumere connotati quasi alchimistici, però nel 99% dei casi il dado verrà più buono di quelli comprati e nel 110% dei casi sarà più sano di quello industriale, fatto da una multinazionale che tra la vostra salute e il proprio fatturato non abbiate nessun dubbio sceglierà il secondo!

Io l’ho fatto così:
1 cipolla
1 spicchio di aglio
Prezzemolo
Erba cipollina
Timo
Basilico
Foglie di sedano avanzate
Una quindicina di fagiolini 
Una quindicina di piselli (intendo interi con tutto il baccello)
Una carota
Una zucchina
Scarti pelati di carota zucchine e melanzane
Parti buone recuperate da pomodoro andato a male

venerdì 12 giugno 2015

Liscivia - Metodo a freddo


La preparazione della liscivia con il metodo a freddo non è altro che la riproduzione di un fenomeno naturale chiamato lisciviazione. In sostanza si tratta dell'estrazione di elementi solubili all'interno di una massa solida tramite un solvente. Nel nostro caso il solvente è acqua distillata e il solido è la cenere. Il passaggio dell'acqua attraverso la cenere fa entrare in soluzione i vari sali presenti nella cenere creando una soluzione alcalina che viene utilizzata come sbiancante e detergente sia per i panni sia per altri usi domestici.
Della serie non si butta via niente, in questo post impareremo a fare la liscivia (o lisciva, o liscia, oppure in toscana ranno) con il metodo a freddo senza spendere soldi ed utilizzando esclusivamente ingredienti reperibili in casa. I componenti sono sostanzialmente 2: acqua piovana e cenere di legna. Si può utilizzare anche l’acqua demineralizzata, ma dato che ci siamo impegnati a raggiungere l’obiettivo dell’autosufficienza e non vogliamo sprecare, utilizzeremo l’acqua piovana sapientemente raccolta durante le piogge. Il secondo ingrediente è la cenere di legna, meglio se di legno duro (ulivo, quercia, ecc.), ma comunque la cenere deve provenire da legna e non da compensati, carte, cartoni e legni trattati. Andrà benissimo la legna della vostra stufa o camino, o se abitate in un appartamento con altri sistemi di riscaldamento, potete contattare una pizzeria con forno a legna che sarà felice di regalarvi un sacco di cenere che altrimenti andrebbe a finire in un cassonetto.
Veniamo all’attrezzatura necessaria per la fare la liscivia, semplicissima: 
  • 8-10 litri di acqua piovana o acqua demineralizzata
  • Un recipiente in plastica o acciaio (l'importante che non sia in alluminio che reagisce con la liscivia) per contenere la cenere (Foto 1). La plastica è l'ideale, anche perché bisogna realizzare un buchino sul fondo per far defluire la liscivia (Foto 2). Il contenitore deve poter contenere 30 litri di cenere.
  • Un recipiente in plastica più piccolo per raccogliere il liquido (da 3 litri è più che sufficiente)
  • tessuto-non tessuto o toulle (Foto 3). 
  • Setaccio per la cenere (colino in metallo).

giovedì 20 febbraio 2014

La grande truffa dei detersivi


Da sessanta anni l'industria chimica tenta di raggiungere la missione impossibile del bianco perfetto. Ogni nuovo spot ci propone la soluzione definitiva per il bucato ideale, sembra la ricerca del Santo Graal o la scoperta della pietra filosofale, una continua rincorsa a suon di spot commerciali che ci spingono ad acquistare l'ultimo prodotto con proprietà e virtù miracolose. Ci hanno raggirato per tutto questo tempo? La verità è che la natura, la migliore industria chimica esistente, ci fornisce già da tempo la formula magica per ottenere risultati eccezionali sul nostro bucato. Lo avevano scoperto le nostre nonne, impiegando per lavare i panni sostanze semplici e quasi innocue per l'ambiente rese assolutamente accessibili dalla primordiale industria chimica (soda, potassa, calce viva, sapone) oppure, prendendo quelle disponibili in natura (cenere, limone, aceto). 



sabato 26 gennaio 2013

La fitoalimurgia


Per fitoalimurgia si intende la conoscenza dell'uso delle piante selvatiche dedicate al consumo alimentare. Questa pratica si sviluppa in diverse fasi: dalla raccolta, al consumo fino alla conservazione della pianta. La fitoalimurgia ha accompagnato l'uomo fin dalla sua comparsa sulla terra; prima di essere dei cacciatori o degli agricoltori per sfamarci abbiamo imparato a riconoscere e raccogliere le piante o i frutti che potevano soddisfare il primordiale istinto della fame. Certamente, acquisire questa conoscenza avrà fatto molte vittime, ma adesso siamo ragionevolmente sicuri di saper riconoscere una pianta commestibile da una che può nuocere alla nostra salute. In tempo di guerra è stata un'importante fonte di sostentamento e per i ceti meno abbienti è stata una primaria risorsa primaria. Riconoscere cicoria, bietola, finocchietto, costolina e quant'altro è alla portata di tutti, basta seguire dei corsi di fitoalimurgia o più semplicemente, per i più fortunati, seguire i consigli delle nonne che tramandono le loro preziose conoscenze. Sconsiglio vivamente di avventurarsi a raccogliere verdure avvalendosi esclusivamente di libri e pubblicazioni, ci sono piante che possono essere veramente dannose per l'uomo (se non letali) e un buon corso di fitoalimurgia con escursioni dedicate al riconoscimento sul campo e alla raccolta, riescono a fugare tutti i dubbi che l'esclusiva lettura di un libro non potrà mai risolvere.
Cichorium intybus - Cicoria


Amsterdam: una città a misura di ape

Il declino inesorabile delle popolazioni di insetti a livello mondiale viene ormai considerato il prodromo di una vera e propria estinzione...