giovedì 2 febbraio 2017
Sa paradura un'usanza sarda che ci infonde speranza
lunedì 7 novembre 2016
Scusa ma i lombrichi si possono mangiare?
Mi
capita spesso di incontrare i bambini per parlargli delle
meravigliose abilità dei lombrichi, in questi frangenti mi sento
rivolgere le più disparate domande: perché sono così viscidi, ma
quanto vivono, quanto mangiano, cosa mangiano e tante altre domande
tipiche dell’innata curiosità dei bimbi. Ma questa volta il
marmocchio iperattivo, che agitava un povero spaesato lombrico sotto
il mio naso, mi ha sottoposto una delicatissima questione, e l'ha
fatto con l'ingenuità spiazzante che solo un bambino può avere:
“scusa, ma i lombrichi si possono mangiare?”. Un tremito glaciale
ha cominciato ad andare su e giù per la mia spina dorsale. E ora che
rispondo? Dopo un breve momento di riflessione, soppesando tutti i
pro e i contro della mia successiva risposta, ho deciso di dirgli la
cruda verità: “non solo si possono mangiare, ma probabilmente tu,
un giorno, li mangerai! La faccia del bambino ha cominciato così a
contorcersi in una smorfia di ribrezzo e, rimettendo nel suo
contenitore il lombrico disorientato dai troppi dondolamenti, si è
allontanato bofonchiando qualcosa di irripetibile sulla mia sanità
mentale. Pazienza, la reazione era tra i contro soppesati e comunque
ci stava tutta, era nell'ordine delle cose. E lo ammetto, la mia
risposta era volta anche a provocare nel pargolo una forte reazione emotiva
in modo da liberare il piccolo ostaggio disidratato e quasi privo di sensi (il
lombrico). Però, in fondo, non sono andato troppo distante da quello
che, per forza di cose, sarà il futuro alimentare dell’umanità.
sabato 15 ottobre 2016
Creare una micro farm: intervista a Nicola Savio
Intervista di Permacultura & Transizione a Nicola Savio, creatore di una micro farm come natura comanda, un esempio da seguire:
venerdì 1 luglio 2016
La Chinampa, un esempio di margine.
C’è stato un tempo in
cui l’uomo era in armonia con la natura e questo rapporto armonioso è
testimoniato dalla storia di tanti popoli e dalle diverse eredità culturali e
tecnologiche che ci hanno lasciato e che purtroppo, nella maggior parte dei
casi, non abbiamo raccolto. Il sistema Chinampa (da un antico termine meso
americano che significa piazza fatta di canne) è un esempio magistrale
dell’impiego di questi ambienti di transizione da parte degli Aztechi. Il
passaggio tra ambiente lacustre e terraferma è ricchissimo di risorse, ma molto
difficile da lavorare e sfruttare, con questo sistema di coltivazione gli
aztechi riuscirono invece ad ottimizzare l’utilizzo di queste ricchezze.
L’impianto veniva realizzato in questo modo: si sceglieva una parte di lago
vicino alla linea di costa in modo che la profondità dell’acqua non fosse
eccessiva (1-2 metri) e si creava un recinto rettangolare tramite una fitta
palificata. A questo punto l’area isolata veniva riempita con rifiuti organici,
legname, sterro, fango, pietrame, sfalci, ecc. espellendo l’acqua attraverso
gli spazi presenti tra i tronchi dello sbarramento. La porzione organica
utilizzata per il riempimento era molto ricca in elementi nutritivi e
decomponendosi, diminuiva di volume, quindi i costruttori aztechi aggiungevano
materiale fino a raggiungere una certa stabilità del terreno. Nel frattempo le
zone più deboli o più esposte, venivano piantumate con essenze arboree
ripariali che ben si adattavano a quell’ambiente di confine e che rinforzavano
in modo efficace il bordo esterno della chinampa, in genere veniva utilizzato
il salice. La parte interna, una volta terminata la fase di riempimento, si
trovava stabilmente a qualche decina di centimetri sopra il livello dell’acqua.
La realizzazione del successivo recinto rettangolare avveniva dopo aver
lasciato nel mezzo un canale di dimensioni adeguate in modo da renderlo
percorribile da piccole canoe.
martedì 24 maggio 2016
La rivolta degli indigeni
” Voi non avete nessun diritto di distruggere il nostro fiume. Le madri di Xingu non lo permetteranno.”
” Abbiamo deciso che la vostra parola non vale niente. La conversazione è finita. Noi, il mebengôre kayapó abbiamo deciso che non vogliamo un solo centesimo dei vostri soldi sporchi.
Non accettiamo una qualsiasi altra diga sul territorio Xingu. Il nostro fiume non ha un prezzo, non è in vendita, il nostro pesce che mangiamo non ha un prezzo, e la felicità dei nostri nipoti non ha prezzo.
Non potremo mai smettere di combattere.La Xingu è la nostra casa e voi non siete i benvenuti qui.”
Questo è il discorso del capo tribù di Xingu ai rappresentanti delle multinazionali che vogliono acquistare il loro territorio, una fetta incontaminata di foresta amazzonica. Come già successo con i nativi americani, sterminati e rinchiusi nelle riserve fino distruggere completamente la loro identità culturale, adesso gran parte delle restanti tribù del Brasile, Borneo, ecc. subiscono la pressione delle multinazionali, sempre più assetate di denaro e incuranti della devastazione degli ecosistemi che le loro scellerate azioni provocano. Sono incalcolabili i danni procurati all'intera umanità, quello che era un immenso serbatoio di biodiversità viene ridotto ad un mucchio di cenere per piantare palme da olio, per il legname o per aumentare la superficie dei pascoli. Molti degli attuali prodotti farmaceutici provengono dalle foreste brasiliane, del Borneo e di Sumatra, molti antibiotici sono sintetizzati a partire da componenti naturali presenti in queste zone incontaminate.mercoledì 11 maggio 2016
Il lombrico d'oro, un premio per buoni sindaci
La sensibilità nei confronti del tema pesticidi diventa sempre più tangibile nell'opinione pubblica e negli amministratori dei comuni italiani. Chi tutela l'ambiente in cui viviamo va incoraggiato e premiato, e per questo motivo esiste un premio, ancora poco conosciuto al grande pubblico, che si chiama lombrico d'oro (proprio per le spiccate virtù in campo ambientale di questo anellide) che premia i sindaci che si sono particolarmente distinti per azioni che vanno a vantaggio dell'ambiente e della salute dei loro concittadini. Hanno aderito all’iniziativa diverse associazioni veronesi riunite nella Campagna stop glyphosate: Aveprobi, COSPE Veneto, FIAB Verona, Fumane Futura, Il Carpino, ISDE Medici per l’Ambiente, Legambiente, Mag, Movimento della decrescita felice, Movimento Nonviolento, Musa Antiqua, Terra Viva, Valpolicella 2000, Verona Polis, WBA, WWF.
I sindaci premiati per l'anno 2016 sono tre e provengono tutti dal Nord-Est della penisola: la prima vincitrice è Anna Maria Bigon, sindaco di Povegliano Veronese, che è stata la prima della provincia di Verona a decidere ufficialmente di non usare pesticidi chimici sui suoli di proprietà del comune. Un altro lombrico è andato a Sabina Tramonte, sindaco di Cavaion Veronese, che ha promosso incontri di formazione con la popolazione sull’agricoltura biologica e con una delibera ha escluso l'utilizzo di pesticidi sui terreni del comune; ed infine ha vinto il “Lombrico D’Oro” Ulrich Veith, sindaco di Malles, che prima ha consultato i propri concittadini tramite un referendum sull'utilizzo dei pesticidi sul territorio comunale e poi, sulla base dei risultati, ha fermato l'utilizzo di questi prodotti sull'intero territorio comunale. Qualcosa si muove! Questa notizia bilancia in qualche modo quella dell'Ispra, che ha trovato il 64% dei campioni di acqua esaminato durante le sue campagne di analisi contaminato da Glifosato, ma rimane tantissimo da fare, possiamo però sperare che altri sindaci seguano l'esempio di questi tre illuminati e che il premio diventi a carattere nazionale in modo da coinvolgere tutta la penisola. La cosa importante e ricordarsi che tutte le conquiste vengono dal basso, tutte le aziende non hanno a cuore i propri clienti, ma le proprie tasche, però noi proprio colpendo le loro tasche possiamo indirizzare le loro scelte e le loro strategie (come sta succedendo per l'olio di palma), pretendere cibo e acqua non contaminati da pesticidi non è solo un nostro diritto per tutelare la nostra salute e il nostro territorio, ma un dovere nei confronti delle successive generazioni.
domenica 3 aprile 2016
Le tante stranezze e bellezze dell'Armadillidium vulgare (Porcellino di terra).
Certe volte è incredibile come
qualcosa che abbiamo sempre sotto gli occhi assuma un significato e
un’importanza diversa non appena si approfondisce un po’ la sua conoscenza. Io
non potevo certo immaginare che l’Armadillidium
vulgare, un simpatico animaletto che spesso vedo in giardino e che tutti
noi abbiamo incontrato almeno una volta nelle nostre case potesse essere così
interessante e utile per la natura e per l’uomo. Un grande scrittore italiano
del 900, Tommaso Landolfi, in un romanzo, ne fa una descrizione non troppo
onorevole: lo descrive come un’anima in pena che ama grufolare sotto i mucchi
di foglie e nei posti umidi e si chiede cosa porti questo animaletto a entrare
nelle nostre case visto che la maggior parte delle volte lo attendono suole di
scarpe e insetticidi. Landolfi utilizza il porcellino di terra come figura
retorica per descrivere il suo stato d’animo e la sua inquietudine, ma questo
non intacca minimamente la reputazione molto positiva che gli scienziati hanno
costruito con molti studi in questi ultimi anni. L’animale in questione è anche
un compendio di curiosità e stranezze da fare invidia a un film di Tim Burton.
Per prima cosa è uno dei pochi animali che non ha problemi con l’ammoniaca,
quindi non ha bisogno di espellerla tramite le urine (e infatti l’armadillidium
non urina). L’ammoniaca viene espulsa in forma gassosa dalla corazza che
risulta permeabile a questo gas. Una cosa curiosa è che la maggior parte di
quelli che vedono questo animale pensano sia un insetto: errore, è un crostaceo,
anzi è il più fulgido esempio di colonizzazione terrestre di questo subphylum
(crustacea) che annovera organismi quasi esclusivamente acquatici (di acqua
dolce e salata).
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